tradimenti
Il Terzo Spritz
28.01.2026 |
3.330 |
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"Io sentivo il corpo chiedere una sola cosa: sfogo, liberazione, fine di quella pressione..."
All’inizio non c’era niente di pericoloso.Solo noia. Quella noia piatta e appiccicosa che il Covid aveva steso su tutto, come una pellicola sottile che soffocava i giorni.
Instagram era diventato un riflesso automatico.
Scorri, guardi, passi oltre.
Poi una storia. La sua.
Una battuta che mi è uscita quasi senza pensarci. Non per provarci, non per sedurre. Solo per sentirmi vivo.
Lei ha risposto.
Con ironia. Con intelligenza. Con quel tono che non cerca attenzione ma la ottiene comunque.
Paola.
All’inizio era tutto leggero.
Messaggi brevi, commenti sarcastici, confidenze innocue.
Ma sotto quella leggerezza qualcosa si stava accumulando, lentamente.
Una curiosità che non voleva restare tale.
Sentirci è diventato un appuntamento fisso.
Non dichiarato, non concordato.
Eppure, se il telefono restava fermo troppo a lungo, lo sentivo nel corpo. Una tensione sottile, una smania che non aveva ancora un nome.
Poi sono arrivate le pause.
Quelle che durano qualche secondo in più del normale.
Quelle in cui sai che l’altra persona sta rileggendo prima di inviare.
E lì ho capito che non stavo più parlando con qualcuno: stavo aspettando qualcuno.
Le foto non sono arrivate subito.
Prima c’è stato il racconto.
Il modo in cui descriveva le sue giornate, la casa, il tempo che non passava mai.
C’era una sensualità quieta in tutto quello che diceva, come se ogni frase avesse un secondo significato che non veniva mai spiegato.
Quando è arrivata la prima immagine non ho avuto una reazione immediata.
L’ho guardata.
Poi riguardata.
E ho sentito qualcosa cambiare: non eccitazione diretta, ma consapevolezza.
La certezza che quello scambio non era più neutro.
Da lì in poi, la testa ha iniziato a lavorare contro di me.
Ogni messaggio diventava un’eco.
Ogni silenzio una provocazione.
Il desiderio non era esplosivo: era continuo, insistente, fisico anche quando non volevo.
Non parlavamo di sesso.
Non ce n’era bisogno.
Bastava sapere che ci stavamo pensando nello stesso momento, ognuno nella propria casa, nella propria vita apparentemente intatta.
Ed è stato allora che ho capito che non si trattava più di distrazione da lockdown.
Si stava creando qualcosa che non aveva ancora un corpo, ma aveva già una presa fortissima sulla mia mente.
Non ci è voluto molto per capire che Paola non stava cercando compagnia.
Stava cercando attenzione mirata.
E sapeva esattamente come ottenerla.
Nei messaggi non c’era mai innocenza vera.
C’era una calma studiata, una lentezza che sembrava dire: so che mi stai leggendo più volte.
Ogni frase lasciava una scia.
Ogni pausa era una provocazione.
Lei parlava della sua casa come di un luogo troppo silenzioso.
Del tempo che non passava.
Di un corpo che non voleva essere ignorato.
E io capivo che non stava confidandosi: stava aprendo varchi.
Le prime foto non chiedevano reazioni.
Le pretendevano.
Non mostravano tutto, ma promettevano molto di più di quanto concedevano.
E il punto non era cosa si vedeva.
Era sapere che le aveva mandate apposta, in quel momento, a me.
Paola tradiva prima ancora di toccare.
Tradiva mentre scriveva.
Mentre sceglieva l’inquadratura.
Mentre decideva cosa lasciare fuori dall’immagine per costringermi a completarla con la testa.
Io sentivo crescere una tensione sporca, insistente.
Non era solo desiderio.
Era la sensazione di essere scelto come strumento, come complice consapevole.
E lei godeva di questo ruolo.
Non mi chiedeva cosa volevo.
Mi mostrava cosa lei voleva che io volessi.
E più il mondo fuori era fermo, più lei si muoveva dentro di me.
Con precisione.
Con fame.
Con una lucidità che non cercava giustificazioni.
Era chiaro che non stava scappando da qualcosa.
Stava andando incontro a ciò che desiderava, senza alcuna intenzione di fermarsi.
Il momento dell’incontro non è arrivato all’improvviso.
È stato spinto.
Negli ultimi giorni prima di vederci, Paola aveva smesso di fingere normalità.
I messaggi erano più diretti, più lenti, scritti come se sapesse che li avrei letti con il fiato corto.
Non chiedeva come stavo: mi evocava.
«Asti è vuota in settimana», mi aveva scritto.
Una frase semplice.
Ma io ci avevo sentito dentro un invito preciso, studiato.
Le foto, ormai, non avevano più bisogno di cornici.
Arrivavano nei momenti sbagliati, apposta.
Non per mostrarsi, ma per farsi immaginare mentre sceglieva di mostrarsi a me.
Era tradimento consapevole, lucido, quasi ostentato.
E questo rendeva tutto più sporco, più urgente.
Il giorno dell’incontro avevo addosso una tensione che non riuscivo a scaricare.
Guidavo e sentivo il corpo già in anticipo, come se stessi andando a recuperare qualcosa che mi apparteneva da tempo.
La testa ripassava messaggi, frasi, pause.
Ogni semaforo era un rallentamento fastidioso.
Finalmente arrivo ad Asti, la trovo al tavolino del Bar.
Quando l’ho vista davvero, dal vivo, ho capito che le foto mi avevano solo preparato, non avvertito.
Paola era sinuosa in un modo che non chiedeva scuse.
Una vera bbw, 52 anni portati con una sicurezza lenta, consapevole.
Non cercava di sembrare più giovane: occupava il suo spazio con una femminilità matura, quasi arrogante.
Il vestitino in lino le seguiva le forme senza stringerle, come se il tessuto avesse accettato di adeguarsi a lei.
Ogni passo sui tacchi era un’oscillazione studiata, naturale, ipnotica.
Non camminava per sedurre: camminava sapendo di farlo.
Il reggiseno disegnava una presenza netta sotto il vestito.
Non c’era nulla di nascosto davvero, solo trattenuto.
Lo sguardo veniva attirato lì senza possibilità di fuga, come se il corpo stesse deliberatamente sfidando l’immaginazione.
E l’immaginazione faceva il resto.
Troppo facilmente.
Seduta al tavolino, con le gambe leggermente inclinate, emanava una calma calda, quasi sfacciata.
Non aveva bisogno di muoversi molto.
Bastava come respirava, come inclinava la testa mentre parlava, come mi guardava sapendo perfettamente dove stava andando il mio sguardo.
Era il tipo di corpo che non promette innocenza.
Promette esperienza.
Promette di sapere esattamente cosa sta provocando e di non avere nessuna fretta di concederlo.
In quel momento ho capito che il paradiso che intravedevo non era solo sotto quel vestito leggero.
Era nella consapevolezza con cui si offriva allo sguardo, lasciandomi fare il lavoro sporco nella testa.
L’aperitivo, ormai, non era più un pretesto.
Era un campo minato.
Lei parlava con calma, sorseggiando il vino come se il tempo non avesse alcuna importanza.
Io annuivo, rispondevo, sorridevo persino.
Ma sotto il tavolino c’era la guerra.
DURELLO
Il corpo era in allerta totale, teso, reattivo.
Ogni sua parola, ogni inclinazione del busto, ogni pausa studiata spingeva più a fondo.
Era una pressione costante, che non concedeva tregua.
Non c’era nulla di rilassato in me: tutto era concentrato lì, compresso, trattenuto a fatica.
IL CAZZO SI FACEVA DURO
Sentivo il calore salire, il battito accelerare.
Dovevo stare attento a come mi muovevo, a come mi sedevo.
Il desiderio non era più un pensiero: era una condizione fisica.
E più cercavo di mantenere un’apparenza composta, più la tensione diventava feroce.
VOLEVO CHIUDERLI LA BOCCA CON IL CAZZO
Lei se n’era accorta.
Non guardava sotto il tavolo, non ce n’era bisogno.
Mi osservava il viso, le mani, il modo in cui stringevo il bicchiere come se potesse servirmi da appiglio.
Ogni tanto accennava un sorriso appena accennato, come se stesse confermando una certezza.
ANCHE LE PALLE TREMAVANO
Parlava di sé, di casa, di desideri che non avevano più voglia di restare educati.
Lo faceva senza fretta, con una lucidità che mi sporcava più di qualsiasi frase esplicita.
Io sentivo il corpo chiedere una sola cosa: sfogo, liberazione, fine di quella pressione.
ERA UNA LUNGA PIACEVOLE AGONIA
Ma lei non accelerava.
Mi teneva lì, in equilibrio instabile, costringendomi a restare presente, lucido abbastanza da capire che stavo cedendo pezzo dopo pezzo.
In quel momento ho capito che non stavo semplicemente desiderando Paola.
Stavo desiderando che finisse quella guerra, anche a costo di perdere.
E mentre lei continuava a parlare, calma, sicura, io sapevo che il mio corpo aveva già scelto molto prima che la mia voce potesse farlo.
Il terzo spritz era quello in cui smette di esistere il “prima”.
Il ghiaccio ormai era acqua, il caldo appiccicato alla pelle, e io avevo quella lucidità a metà che ti fa capire le cose con un secondo di ritardo.
Paola no.
Lei era perfettamente presente.
Ha appoggiato il bicchiere e mi ha guardato dritto, come se avesse deciso che era inutile continuare a prepararmi.
«Te lo dico come sta», ha detto.
Niente sorriso.
Niente gioco.
«Stasera non è solo per me.»
Io ho fatto per parlare, ma lei ha alzato appena una mano.
Un gesto piccolo, autoritario.
«No. Ascolta.»
Si è avvicinata quel tanto che bastava a isolarmi dal resto del locale.
Il vestitino di lino seguiva le sue curve senza difese, e il mio corpo reagiva mentre la testa arrancava.
«Mio marito si eccita a guardare», ha detto.
Così.
Netto.
Il caldo, l’alcol… ci ho messo un attimo a collegare.
«A guardare me», ha precisato.
«Mentre gioco con uomini che scelgo io.»
Nessuna vergogna.
Nessuna esitazione.
«Gli piace riprendere», ha continuato.
«Tenere quei momenti. Sapere che non è un caso, che non è un errore.»
Una pausa breve.
«È una sorpresa che preparo io.»
Io sentivo il cuore battere più forte, il corpo teso sotto il tavolo, la testa che cercava di capire mentre già cedeva.
«Tu sei quello che ho scelto per stasera», ha concluso.
Non come proposta.
Come decisione comunicata.
Sono rimasto zitto.
Lei mi ha osservato un secondo, poi si è alzata.
«Vado in bagno.»
Se n’è andata tra i tavolini con passo sicuro.
Io sono rimasto seduto, il bicchiere davanti, a rimettere insieme le parole, il senso, il peso di tutto.
Quando è tornata non si è seduta.
Ha preso la borsa.
«Ho pagato.»
Poi, come fosse un dettaglio:
«Ho chiamato un taxi.»
La frase mi ha colpito più delle altre.
Perché non lasciava alternative.
Fuori, l’aria era ancora calda.
Il taxi era lì.
Lei è salita per prima, senza guardarmi.
Abitava a pochi minuti da lì.
In macchina parlava piano, vicina, con quella voce che non aveva bisogno di alzarsi per comandare.
Ogni tanto le sue mani mi stuzzicavano appena, quanto bastava a tenermi acceso, a ricordarmi che il corpo aveva già scelto.
«È un bel po’ che non faccio queste birichinate», mi ha sussurrato, divertita.
«E lui…»
Una pausa, studiata.
«Lui sarà molto contento.»
Io guardavo fuori dal finestrino, la città che scorreva troppo lentamente.
Stavo ancora cercando di capire quando avevo smesso di decidere.
Lei invece lo sapeva già da un pezzo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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